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Articolo per pazienti Pubblicato: 12/11/2020 Lettura: ~3 min

Quando eseguire i test diagnostici per sospetto tromboembolismo venoso in pazienti con COVID-19 ospedalizzati?

Fonte
Klok FA - Thromb Res. 2020 Jul;191:145-147.

Autore articolo originale:👨‍⚕️ Pierpaolo Di Micco Aggiornato il 03/02/2026

Informazioni rapide
Contenuti derivati da testi redatti da Medici specialisti in ambito cardiovascolare, adattati usando un linguaggio semplice per aiutarti a capire meglio la tua salute
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Introduzione

La presenza di COVID-19 può aumentare il rischio di problemi legati alla formazione di coaguli di sangue nei pazienti ricoverati. Capire quando eseguire esami specifici per individuare queste complicazioni è importante per una gestione sicura e adeguata. Qui spieghiamo in modo semplice le principali informazioni su questo tema.

Che cosa è successo con il COVID-19 e i coaguli di sangue

Dopo poche settimane dall'inizio della diffusione del COVID-19, medici e ricercatori hanno notato un aumento dei casi di complicazioni trombotiche, cioè problemi causati da coaguli di sangue, soprattutto nei pazienti ricoverati in ospedale.

Queste complicazioni riguardano sia i reparti con cure meno intensive sia quelli di terapia intensiva. In particolare:

  • Nei reparti non intensivi, circa il 10-15% dei pazienti ha avuto problemi di coaguli venosi.
  • Nei reparti di terapia intensiva, la percentuale sale fino al 30-40%.

Come si è intervenuti

Per questo motivo, l'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha raccomandato l'uso di farmaci anticoagulanti chiamati eparine per prevenire questi problemi nei pazienti con COVID-19 ricoverati.

Le dosi e il modo di usare questi farmaci sono stati discussi e definiti da linee guida di società scientifiche esperte.

Le difficoltà nella diagnosi

Nonostante l'importanza di riconoscere queste complicazioni, non esistono ancora percorsi chiari e condivisi per decidere quando fare i test diagnostici per il tromboembolismo venoso (TEV) nei pazienti con COVID-19.

Questo avviene perché molti fattori influenzano il rischio di coaguli, come:

  • La tendenza alla formazione di coaguli causata dalla malattia stessa.
  • La ridotta mobilità dovuta al ricovero.
  • L'andamento clinico durante il ricovero.
  • La durata del ricovero.
  • Altre condizioni di salute già presenti prima della malattia, che possono aumentare il rischio di coaguli.

Come cambia il sospetto di trombosi nei pazienti con COVID-19

In situazioni normali, per sospettare una trombosi venosa profonda (TVP) si usa anche il valore del d-dimero, un esame del sangue che aiuta a escludere la presenza di coaguli.

Nel caso del COVID-19, però, il d-dimero risulta spesso elevato in quasi tutti i pazienti, quindi non è utile per escludere la trombosi.

Per questo motivo, il sospetto di trombosi si basa molto sull'osservazione clinica e su altri criteri, come quelli chiamati SIC (Sepsis-Induced Coagulopathy), che aiutano a valutare il rischio di sviluppare un'embolia polmonare, cioè un coagulo che si sposta ai polmoni.

In base a questi criteri, le linee guida indicano quando è opportuno passare da una dose preventiva a una dose terapeutica di eparina, come l'enoxaparina.

In conclusione

Il COVID-19 aumenta il rischio di coaguli di sangue nei pazienti ospedalizzati. Anche se esistono indicazioni per l'uso di farmaci anticoagulanti, non ci sono ancora regole precise su quando eseguire i test diagnostici per sospettare trombosi. Questo perché molti fattori influenzano il rischio e alcuni esami, come il d-dimero, non sono sempre utili in questi casi. Per questo, la valutazione clinica e l'uso di criteri specifici sono fondamentali per guidare le decisioni mediche.

Autore articolo originale: 👨‍⚕️ Pierpaolo Di Micco

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