Che cosa è stato studiato
I ricercatori hanno confrontato due metodi per curare le arterie del cuore che sono ostruite o danneggiate:
- Rivascolarizzazione miocardica chirurgica (CABG): un intervento chirurgico aperto sul cuore.
- Intervento percutaneo (PCI): una procedura meno invasiva che usa un catetere inserito attraverso un vaso sanguigno.
Lo scopo era capire quale dei due trattamenti fosse associato a un rischio maggiore di ictus, cioè un danno al cervello causato da un problema di circolazione.
Come è stato fatto lo studio
È stata fatta una metanalisi, cioè uno studio che unisce i dati di 19 studi clinici diversi, con un totale di 10.944 pazienti. Questi pazienti sono stati divisi casualmente per ricevere uno dei due trattamenti.
Il risultato principale osservato è stato la percentuale di ictus entro 30 giorni dall’intervento. Inoltre, è stato valutato anche il rischio di ictus dopo circa un anno.
I risultati principali
- A 30 giorni, il rischio di ictus era più alto nei pazienti che avevano subito la chirurgia (1,20%) rispetto a quelli che avevano fatto la procedura percutanea (0,34%).
- Dopo circa un anno, il rischio di ictus rimaneva più alto nel gruppo chirurgico (1,83%) rispetto al gruppo percutaneo (0,99%).
Questi risultati sono stati confermati anche analizzando un gruppo più grande di 33.980 pazienti provenienti da 27 studi osservazionali.
Altri aspetti considerati
Gli studiosi hanno verificato se la gravità della malattia delle arterie del cuore (se coinvolge un solo vaso, più vasi, o la principale arteria sinistra) influenzasse il rischio di ictus tra i due trattamenti. Non è stata trovata nessuna differenza significativa in base a questo aspetto.
In conclusione
Il trattamento chirurgico per migliorare il flusso di sangue al cuore è associato a un rischio maggiore di ictus sia a breve termine (30 giorni) che a medio termine (circa un anno) rispetto alla procedura meno invasiva. Questo aumento del rischio non dipende dalla gravità della malattia delle arterie coronariche.