Che cosa è stato studiato
Lo studio PRoFESS ha coinvolto oltre 20.000 pazienti con un'età media di circa 66 anni, tutti con un precedente ictus ischemico. I ricercatori hanno misurato la frequenza cardiaca a riposo e hanno osservato gli effetti su vari esiti di salute, come:
- la possibilità di avere un nuovo ictus o un infarto;
- la comparsa o il peggioramento di problemi al cuore;
- la mortalità per cause cardiovascolari e non;
- il livello di disabilità dopo un nuovo ictus;
- le capacità cognitive, cioè la memoria e il pensiero.
Risultati principali
I pazienti con una frequenza cardiaca più alta (oltre 77 battiti al minuto) avevano un rischio maggiore di morte rispetto a quelli con frequenza più bassa. Questo rischio aumentava con l'aumentare della frequenza cardiaca.
In particolare:
- la mortalità per cause vascolari (legate ai vasi sanguigni) e non vascolari era più alta nei gruppi con frequenza cardiaca elevata;
- non c’è stata una relazione significativa tra frequenza cardiaca e rischio di nuovo ictus o infarto;
- una frequenza cardiaca più bassa era associata a una migliore capacità di svolgere attività quotidiane dopo un nuovo ictus;
- una frequenza cardiaca bassa era collegata a un minor declino nelle funzioni cognitive, misurato con un test specifico (MMSE), sia a 1 mese che a lungo termine.
Cosa significa tutto questo
La frequenza cardiaca a riposo può essere un importante indicatore della salute dopo un ictus. Una frequenza cardiaca più bassa sembra essere legata a una migliore capacità di recupero fisico e mentale.
In conclusione
Questo studio mostra che nei pazienti che hanno avuto un ictus ischemico, mantenere una frequenza cardiaca più bassa a riposo è associato a un minor rischio di morte e a un migliore recupero delle funzioni cognitive e della capacità di svolgere le attività quotidiane. La frequenza cardiaca può quindi aiutare a capire meglio il rischio e il percorso di recupero dopo un ictus.