Che cosa significa infarto peri-procedurale
L'infarto miocardico peri-procedurale è un infarto che può avvenire durante o subito dopo un intervento chiamato rivascolarizzazione percutanea (PCI), che serve a migliorare il flusso di sangue nelle arterie del cuore in persone con sindrome coronarica cronica (CCS), cioè una condizione di malattia cardiaca stabile.
Come è stato studiato
Gli Autori hanno analizzato i dati di 4.404 pazienti con CCS che hanno fatto questo intervento tra il 2010 e il 2018. Hanno confrontato diverse definizioni usate per riconoscere l'infarto peri-procedurale, perché nel tempo sono state proposte varie regole per identificarlo.
Le diverse definizioni e la loro frequenza
- La terza definizione universale dell’infarto (terza UDMI) ha rilevato un infarto nel 18% dei pazienti.
- La quarta definizione universale (quarta UDMI) nel 14,9%.
- La definizione dell’Academic Research Consortium-2 (ARC-2) nel 2%.
- La definizione della Society for Cardiovascular Angiography and Interventions (SCAI) nel 2%.
Quindi, le definizioni ARC-2 e SCAI identificano l’infarto peri-procedurale molto meno spesso rispetto alle altre due.
Impatto sulla prognosi a un anno
Gli Autori hanno valutato quanti pazienti sono morti per cause cardiache entro un anno dall’intervento, considerando questo come il risultato più importante (endpoint primario).
- Con la terza UDMI, il 2% dei pazienti con infarto peri-procedurale è morto.
- Con la quarta UDMI, il 3%.
- Con la definizione ARC-2, il 5,8%.
- Con la definizione SCAI, il 10%.
Questo significa che le definizioni ARC-2 e SCAI, pur segnalando meno casi, identificano quelli con un rischio più alto di morte cardiaca entro un anno.
Confronto tra le definizioni
Il rischio di morte cardiaca a un anno, misurato con un valore chiamato hazard ratio (HR), è risultato più alto per le definizioni ARC-2 (HR 3,90) e SCAI (HR 7,66) rispetto alla terza (HR 1,76) e quarta UDMI (HR 1,93).
In conclusione
In sintesi, l’infarto che può accadere durante l’intervento di rivascolarizzazione in pazienti con malattie cardiache croniche è molto meno frequente se si usano le definizioni ARC-2 e SCAI. Tuttavia, queste ultime permettono di riconoscere meglio i pazienti che hanno un rischio più alto di problemi gravi, come la morte cardiaca entro un anno dall’intervento.