Il caso della paziente
Si tratta di una donna di 93 anni con ipertensione e una storia di fibrillazione atriale parossistica, cioè un disturbo del ritmo cardiaco. Ha anche un decadimento cognitivo e da due mesi è costretta a letto per una frattura al bacino, con un accumulo di sangue vicino alla vescica.
In passato ha avuto insufficienza renale cronica (funzione dei reni ridotta) e anemia (basso livello di globuli rossi), con valori di emoglobina tra 9 e 10 g/dl (un valore più basso del normale). Per questi motivi e perché il suo cuore era tornato a un ritmo normale da qualche mese, assumeva un farmaco chiamato Enoxaparina (un anticoagulante) a basso dosaggio, ma la famiglia ha smesso di somministrarglielo da qualche giorno perché finito il medicinale.
Arrivo in ospedale e diagnosi
La paziente è arrivata in Pronto Soccorso con gonfiore alla gamba destra, agitazione e respiro un po’ affannoso. Un esame chiamato Doppler ha mostrato la presenza di un trombo (coagulo) nelle vene profonde della gamba. Inoltre, la saturazione di ossigeno nel sangue era bassa (91%), così è stata fatta una tomografia computerizzata (angioTC) al torace che ha evidenziato un embolia polmonare bilaterale, cioè coaguli nei polmoni, con interessamento di un ramo principale destro.
L’elettrocardiogramma (ECG) mostrava alcune alterazioni non specifiche, ma la pressione arteriosa e la frequenza cardiaca erano stabili. Gli esami del sangue confermavano l’anemia e una ridotta funzione renale (eGFR circa 32 ml/min). L’ecocardiogramma (un’ecografia del cuore) mostrava un lieve ingrossamento e una ridotta funzione del ventricolo destro, senza segni di pressione alta nei polmoni.
Il trattamento scelto
La diagnosi era di embolia polmonare a rischio intermedio. Si è iniziato con un anticoagulante somministrato per via endovenosa (eparina in infusione), cercando di mantenere un livello di coagulazione controllato ma basso per evitare sanguinamenti. Dopo circa 36 ore, si è passati a Enoxaparina a dosi più elevate per altri 3 giorni.
La paziente ha mostrato un miglioramento progressivo, con saturazione di ossigeno tornata intorno al 95% e scomparsa dei sintomi entro il quarto giorno. I valori di emoglobina e funzione renale sono rimasti stabili e il cuore ha migliorato la sua funzione.
Dopo 5 giorni, considerando l’età avanzata, la funzione renale, l’anemia e le altre malattie, si è scelto di passare a un anticoagulante orale chiamato Edoxaban a dose ridotta (30 mg). Questo farmaco è usato anche per la fibrillazione atriale e può essere adattato in base alle condizioni della paziente.
La donna è stata dimessa dopo una settimana, stabile e senza difficoltà respiratorie. Al controllo dopo circa 60 giorni non ha avuto né nuovi coaguli né sanguinamenti, e l’ecocardiogramma ha mostrato un completo recupero della funzione del ventricolo destro.
Perché è stato scelto Edoxaban?
- È uno dei farmaci anticoagulanti più studiati negli anziani, anche molto anziani (oltre 85 anni).
- Rispetto al Warfarin (un altro anticoagulante), Edoxaban riduce il rischio assoluto di sanguinamenti, soprattutto nei pazienti fragili e a rischio di cadute.
- Garantisce un buon equilibrio tra efficacia nel prevenire coaguli e sicurezza nel limitare i sanguinamenti, anche in presenza di molte altre malattie.
- È efficace sia per prevenire eventi tromboembolici nei pazienti con fibrillazione atriale, sia per trattare e prevenire recidive di trombosi venosa e embolia polmonare.
In conclusione
Questo caso mostra come, in una paziente anziana con molte condizioni di salute complesse, sia possibile gestire con successo un problema grave come l’embolia polmonare. La scelta di un anticoagulante adatto, come Edoxaban a dose ridotta, può aiutare a prevenire nuovi coaguli mantenendo un basso rischio di sanguinamento. Il monitoraggio attento e la valutazione delle condizioni generali sono fondamentali per ottenere un buon risultato.