Che cos'è lo studio CPORT
Lo studio ha coinvolto quasi 18.500 pazienti che hanno ricevuto una procedura chiamata PCI (angioplastica coronarica percutanea), spesso con l'impianto di uno stent per mantenere aperta l'arteria del cuore.
I pazienti sono stati divisi in due gruppi:
- circa 14.000 trattati in ospedali con un reparto di cardiochirurgia (chirurgia del cuore);
- circa 4.500 trattati in ospedali senza cardiochirurgia, ma comunque con esperienza sufficiente (almeno 200 procedure all'anno).
Risultati principali
- Il tasso di mortalità entro sei settimane dalla procedura è stato molto simile in entrambi i gruppi, poco meno dell'1%.
- La necessità di un intervento chirurgico di emergenza durante o subito dopo la procedura è stata molto rara e simile nei due gruppi.
Importanza dei risultati
Questi dati mostrano che, per i pazienti che non sono in emergenza, la presenza di un reparto di cardiochirurgia nello stesso ospedale non influisce significativamente sulla sicurezza o sul successo immediato della PCI con stent.
In passato, la necessità di un intervento chirurgico urgente durante queste procedure era più alta (dal 5 al 7%), ma oggi è diventata molto rara (1 su 500 o 1 su 1.000 casi).
Cosa succederà in futuro
I ricercatori stanno raccogliendo dati a nove mesi dalla procedura per capire se ci sono differenze a medio termine tra i due gruppi di pazienti.
Implicazioni per la sanità
Questi risultati possono aiutare chi organizza i servizi sanitari a decidere quali ospedali debbano offrire questo tipo di procedure, per migliorare la qualità delle cure, facilitare l'accesso ai trattamenti e contenere i costi.
In conclusione
Lo studio CPORT dimostra che, per i pazienti non in emergenza, la presenza di un reparto di cardiochirurgia nello stesso ospedale non cambia i risultati a breve termine della PCI con impianto di stent. La necessità di interventi chirurgici urgenti durante la procedura è oggi molto rara. Questi dati sono utili per migliorare l'organizzazione delle cure cardiologiche.