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Articolo per pazienti Pubblicato: 18/11/2024 Lettura: ~2 min

Accesso intraosseo o endovenoso nei pazienti con arresto cardiaco: quale è meglio?

Fonte
Couper K et al. N Engl J Med. 2024. doi:10.1056/NEJMoa2407780.

Autore articolo originale:👨‍⚕️ Martina Chiriacò Aggiornato il 31/01/2026

Informazioni rapide
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Categoria: 919 Sezione: 7

Introduzione

L'arresto cardiaco fuori dall'ospedale è una situazione molto grave e comune. Per aiutare il paziente, è importante somministrare velocemente i farmaci attraverso un accesso ai vasi sanguigni. Esistono due modi principali per farlo: attraverso una vena (via endovenosa) o direttamente nell'osso (via intraossea). Uno studio recente ha confrontato queste due vie per capire quale sia più efficace nel salvare vite.

Che cosa significa arresto cardiaco extraospedaliero

L'arresto cardiaco extraospedaliero è quando il cuore smette di battere correttamente mentre la persona si trova fuori dall'ospedale. In questi casi, è fondamentale intervenire rapidamente per ripristinare la circolazione e somministrare farmaci salvavita.

Le due vie di somministrazione dei farmaci

  • Via endovenosa: si inserisce un ago in una vena per dare i farmaci direttamente nel sangue.
  • Via intraossea: si inserisce un ago nell'osso, dove c'è un tessuto ricco di vasi sanguigni, per somministrare i farmaci.

Lo studio condotto

Uno studio ha coinvolto 6.082 pazienti con arresto cardiaco fuori dall'ospedale. I pazienti sono stati divisi in due gruppi in modo casuale:

  • 3.040 hanno ricevuto farmaci tramite via intraossea.
  • 3.042 hanno ricevuto farmaci tramite via endovenosa.

L'obiettivo principale era vedere quanti pazienti fossero vivi dopo 30 giorni. Altri obiettivi erano il ritorno della circolazione spontanea (cioè quando il cuore ricomincia a battere da solo) e la qualità del recupero neurologico (come funziona il cervello dopo la dimissione).

I risultati principali

  • La sopravvivenza a 30 giorni è stata simile nei due gruppi: 4,5% per la via intraossea e 5,1% per la via endovenosa.
  • Il recupero neurologico favorevole era quasi uguale: 2,7% contro 2,8%.
  • Il ritorno della circolazione spontanea è stato leggermente più frequente nel gruppo con via endovenosa (39,1%) rispetto a quello con via intraossea (36,0%).

Cosa significa tutto questo

La via intraossea non ha mostrato un vantaggio nel migliorare la sopravvivenza a 30 giorni rispetto alla via endovenosa. Anzi, la via endovenosa sembra essere leggermente migliore nel far ripartire il cuore durante l'emergenza.

In conclusione

Entrambe le vie possono essere usate per somministrare farmaci in caso di arresto cardiaco fuori dall'ospedale. Tuttavia, la via endovenosa potrebbe essere preferita perché aiuta più spesso a far tornare il cuore a battere da solo. La scelta del metodo dipende anche dalle condizioni e dalle possibilità nel momento dell'emergenza.

Autore articolo originale: 👨‍⚕️ Martina Chiriacò

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