Che cosa è successo al paziente
Un uomo di 74 anni, con una malattia del cuore chiamata cardiomiopatia dilatativa e una fibrillazione atriale cronica (un tipo di aritmia), è stato ricoverato per un problema grave: un’embolia acuta all’arto superiore destro. Questo significa che un vaso sanguigno importante del braccio si è improvvisamente bloccato a causa di un coagulo.
Al momento del ricovero, gli esami del sangue mostravano un valore chiamato INR pari a 1,2, che indica la capacità di coagulazione del sangue. Due giorni prima, però, il paziente aveva sospeso la terapia con Warfarin (un anticoagulante) perché il suo INR era troppo alto (>4), cioè il sangue era troppo poco coagulabile.
Il paziente è stato trattato con un intervento chiamato embolectomia meccanica, cioè la rimozione del coagulo con un’operazione, e poi è stato dimesso con la terapia a base di Warfarin. Questa scelta è stata fatta perché al momento dell’evento embolico il valore INR non era nella zona terapeutica corretta.
Nuovo evento e cambiamento di terapia
Dopo circa due mesi, il paziente ha avuto un altro problema grave: un ictus ischemico cerebellare bilaterale, cioè un danno al cervelletto causato da un blocco del flusso sanguigno. In questo caso, l’INR era nella zona terapeutica, quindi il problema non era dovuto a un INR troppo basso o troppo alto.
Per questo motivo, i medici hanno deciso di cambiare la terapia anticoagulante, passando a un farmaco chiamato Edoxaban, che appartiene alla famiglia dei NAO (Nuovi Anticoagulanti Orali).
Durante la degenza, il paziente ha anche ricevuto un pacemaker bicamerale a causa di un blocco del cuore che rallentava troppo il battito.
Complicazioni successive e scelta dell’anticoagulante
A giugno 2017, il paziente è tornato in pronto soccorso dopo una sincope (perdita improvvisa di coscienza) con trauma cranico. La TAC ha mostrato un’emorragia cerebrale (sanguinamento nel cervello) nelle zone frontali e parietali.
Gli accertamenti non hanno evidenziato nuovi danni neurologici. La visita cardiologica ha mostrato un cuore e polmoni nella norma, con il pacemaker che funzionava correttamente. Tuttavia, durante l’episodio, il pacemaker ha registrato una tachicardia ventricolare sostenuta, cioè un battito cardiaco molto rapido e pericoloso.
Per questo motivo, è stato deciso di aggiornare il pacemaker a un dispositivo più avanzato chiamato ICD biventricolare, che può intervenire in caso di aritmie pericolose.
Alla dimissione, i medici hanno dovuto scegliere quale anticoagulante usare a lungo termine. Considerando la storia clinica e il rischio di sanguinamenti, hanno preferito sostituire Edoxaban con Dabigatran, un altro NAO, perché esiste un antidoto specifico in caso di emorragia.
Perché è importante avere un antidoto
Questo caso mostra quanto sia fondamentale poter contare su un antidoto per i farmaci anticoagulanti, soprattutto in pazienti con:
- instabilità della camminata dovuta a malattie neurologiche o degenerative, che aumenta il rischio di cadute;
- storia di aritmie che possono causare episodi di perdita di coscienza e traumi.
In queste situazioni, una caduta può provocare un sanguinamento grave, anche potenzialmente fatale. Avere un antidoto permette di bloccare rapidamente l’effetto anticoagulante e ridurre i danni.
Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che i NAO sono più sicuri e vantaggiosi rispetto al Warfarin nei pazienti che rischiano frequenti cadute.
In conclusione
La storia di questo paziente evidenzia l’importanza di scegliere con attenzione il tipo di anticoagulante, tenendo conto della possibilità di avere un antidoto efficace. Questo è particolarmente importante per chi ha un rischio elevato di cadute o sanguinamenti, perché consente una gestione più sicura e tempestiva in caso di emergenza.