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Articolo per pazienti Pubblicato: 22/06/2020 Lettura: ~3 min

Terapia antitrombotica nei pazienti con malattia renale cronica terminale sottoposti a emodialisi

Fonte
Studio pubblicato su Atherosclerosis da Oliver Königsbrügge et al., febbraio 2023, Austria (Vienna)

Autore articolo originale:👨‍⚕️ Luca Di Lullo Aggiornato il 03/02/2026

Informazioni rapide
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Categoria: 1207 Sezione: 60

Introduzione

La gestione della terapia per prevenire problemi cardiovascolari nei pazienti con malattia renale cronica terminale, cioè quelli che ricevono emodialisi, è complessa. Questo testo spiega in modo semplice come viene utilizzata la terapia antitrombotica in questi pazienti, evidenziando le difficoltà e le scelte fatte dai medici per bilanciare i benefici e i rischi.

Che cosa significa malattia renale cronica terminale e terapia antitrombotica

La malattia renale cronica terminale (ESRD) è uno stadio avanzato di insufficienza dei reni che richiede un trattamento chiamato emodialisi, una procedura che aiuta a pulire il sangue quando i reni non funzionano più bene.

I pazienti con ESRD hanno un rischio molto alto di sviluppare malattie cardiovascolari, cioè problemi al cuore e ai vasi sanguigni. Per prevenire questi problemi, spesso si usa una terapia antitrombotica, che aiuta a prevenire la formazione di coaguli nel sangue.

Tipi di terapia antitrombotica

La terapia antitrombotica può essere usata in due modi:

  • Prevenzione primaria: per evitare che si verifichino problemi cardiovascolari in persone che non li hanno ancora avuti.
  • Prevenzione secondaria: per evitare che problemi già avvenuti si ripetano.

Le opzioni di trattamento principali sono:

  • Monoterapia antiaggregante (SAPT): un solo farmaco che impedisce alle piastrine di attaccarsi e formare coaguli.
  • Duplice terapia antiaggregante (DAPT): due farmaci antiaggreganti insieme.
  • Combinazione di terapia antiaggregante e anticoagulante: uso di farmaci che agiscono in modi diversi per prevenire coaguli.
  • Monoterapia anticoagulante: un solo farmaco che rallenta la formazione di coaguli agendo su altre parti del sangue.
  • Nessun trattamento: alcuni pazienti non ricevono alcuna terapia antitrombotica.

Risultati dello studio su pazienti in emodialisi

Uno studio condotto in Austria su 626 pazienti in emodialisi ha mostrato che:

  • Il 58,5% di questi pazienti aveva già una malattia cardiovascolare.
  • Il trattamento più comune era la monoterapia antiaggregante (SAPT), usata dal 37,4% dei pazienti.
  • Il 32,7% non riceveva alcuna terapia antitrombotica.
  • Altri trattamenti erano meno frequenti: monoterapia anticoagulante (12,5%), combinazione di antiaggregante e anticoagulante (9,4%) e duplice terapia antiaggregante (8%).

Differenze tra prevenzione primaria e secondaria

  • In prevenzione primaria (pazienti senza problemi cardiovascolari), il 23,5% riceveva monoterapia antiaggregante.
  • In prevenzione secondaria (pazienti con problemi cardiovascolari), il 47,3% riceveva monoterapia antiaggregante, il 13,4% duplice terapia antiaggregante, il 13,7% combinazione di terapie e il 15% nessun trattamento.

Inoltre, fattori come l’età e una malattia renale ereditaria erano associati alla mancanza di terapia antitrombotica in prevenzione secondaria.

Indicazioni delle linee guida

Le linee guida internazionali (come KDIGO e AHA) suggeriscono che:

  • In prevenzione primaria, l’uso della terapia antiaggregante è possibile solo se il rischio di problemi cardiovascolari è maggiore del rischio di sanguinamenti.
  • L’acido acetilsalicilico (aspirina) è raccomandato principalmente per la prevenzione secondaria.
  • In prevenzione secondaria, la terapia antiaggregante è consigliata, ma la duplice terapia antiaggregante (DAPT) dovrebbe essere limitata a meno di 6 mesi dopo un evento cardiovascolare per ridurre il rischio di sanguinamenti.

Considerazioni sulla terapia anticoagulante

I farmaci anticoagulanti orali diretti (DOACs) hanno limitazioni nei pazienti in emodialisi, anche se in alcuni Paesi, come gli USA, farmaci come Apixaban e Rivaroxaban possono essere usati.

Per pazienti con una funzione renale leggermente migliore (eGFR superiore a 15 ml/min), il Rivaroxaban a basso dosaggio può essere utile dopo interventi per problemi cardiaci.

Incertezza e necessità di ulteriori studi

Lo studio conferma che esiste ancora molta incertezza su quale sia il miglior trattamento antitrombotico per i pazienti con malattia renale cronica terminale in emodialisi. È importante continuare la ricerca per capire meglio come bilanciare i benefici e i rischi di queste terapie in questa popolazione.

In conclusione

La terapia antitrombotica nei pazienti con malattia renale cronica terminale sottoposti a emodialisi è complessa a causa dell’elevato rischio sia di problemi cardiovascolari sia di sanguinamenti. Le scelte terapeutiche variano tra prevenzione primaria e secondaria, seguendo le indicazioni delle linee guida, ma rimangono molte incertezze. È fondamentale un’attenta valutazione individuale e ulteriori studi per migliorare la gestione di questi pazienti.

Autore articolo originale: 👨‍⚕️ Luca Di Lullo

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