Il caso del paziente
Si tratta di un uomo di 39 anni con una storia familiare importante per malattie cardiache. Ha avuto un infarto e problemi al cuore che hanno richiesto diversi interventi e l'impianto di dispositivi per controllare il ritmo cardiaco e prevenire aritmie pericolose.
Nonostante la terapia in corso, durante i controlli con il dispositivo impiantato è stata rilevata la presenza di episodi di fibrillazione atriale parossistica (FA), cioè delle irregolarità nel battito cardiaco che durano alcune ore e possono essere silenti, cioè senza sintomi evidenti.
Che cos'è la fibrillazione atriale e come si diagnostica
La fibrillazione atriale è un'anomalia del ritmo del cuore caratterizzata da battiti irregolari e molto rapidi degli atri, le camere superiori del cuore. Si riconosce tramite un esame chiamato elettrocardiogramma (ECG), che registra l'attività elettrica del cuore. Un episodio di FA deve durare almeno 30 secondi per essere considerato significativo.
Perché è importante la terapia anticoagulante
La fibrillazione atriale aumenta il rischio di formazione di coaguli nel cuore, che possono causare ictus o altri problemi embolici. Per questo motivo, in molti casi si prescrive una terapia anticoagulante, cioè farmaci che aiutano a prevenire la formazione di coaguli.
La decisione di iniziare questa terapia si basa su una valutazione del rischio di eventi tromboembolici e del rischio di sanguinamento, utilizzando punteggi specifici chiamati CHA₂DS₂-VASc (per il rischio di ictus) e HAS-BLED (per il rischio di sanguinamento).
Fibrillazione atriale silente e dispositivi impiantati
Nei pazienti con dispositivi cardiaci impiantati, come pacemaker o defibrillatori, è frequente rilevare episodi di AHREs (Atrial High Rate Episodes), cioè episodi di ritmo atriale molto rapido che possono essere asintomatici e non evidenti all'ECG tradizionale.
Questi episodi possono rappresentare una forma di fibrillazione atriale subclinica, cioè non evidente ma comunque associata a un aumento del rischio di ictus.
La gestione terapeutica nel caso descritto
- Il paziente aveva un punteggio CHA₂DS₂-VASc di 3, che indica un rischio moderato-alto di ictus.
- Il rischio di sanguinamento (HAS-BLED) era basso (1).
- In base a questi dati e alle evidenze scientifiche, è stata sospesa la terapia antiaggregante (farmaci che prevengono l’aggregazione delle piastrine) e iniziata la terapia anticoagulante orale con Edoxaban, un farmaco efficace e comodo da assumere una volta al giorno.
- La scelta è stata supportata da studi scientifici che ne confermano efficacia e sicurezza.
Follow-up e monitoraggio
Al controllo successivo, il paziente era stabile, con pochi episodi di palpitazioni e nessun evento emorragico. Il dispositivo continuava a rilevare occasionali episodi di ritmo rapido atriale, ma non si erano manifestati episodi di fibrillazione atriale evidenti all’ECG tradizionale.
Il paziente è stato inoltre indirizzato a un centro specializzato per valutare ulteriori opzioni di cura, compreso un possibile trapianto cardiaco, e ha ricevuto consigli per uno stile di vita più sano.
Considerazioni generali sulla fibrillazione atriale subclinica
La fibrillazione atriale silente è più comune di quanto si pensi e può essere rilevata grazie ai dispositivi impiantati. Tuttavia, non è ancora chiaro quando sia sempre necessario iniziare la terapia anticoagulante in questi casi.
Studi recenti suggeriscono che episodi di durata superiore a 24 ore e con un rischio tromboembolico elevato giustificano l’anticoagulazione. Per episodi più brevi, la decisione deve essere personalizzata in base al rischio complessivo del paziente.
Attualmente sono in corso studi clinici importanti per definire meglio le indicazioni terapeutiche in questi casi.
In conclusione
La fibrillazione atriale rilevata dai dispositivi cardiaci può essere silente ma comunque pericolosa. La decisione di iniziare la terapia anticoagulante si basa su una valutazione attenta del rischio di ictus e di sanguinamento. Nel caso descritto, la scelta è stata di iniziare l’anticoagulante orale, migliorando così la protezione del paziente contro eventi tromboembolici, sempre monitorando attentamente la sua situazione clinica.