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Articolo per pazienti Pubblicato: 15/09/2026 Lettura: ~6 min

Coronaropatia multivasale: tenere la doppia terapia più a lungo può proteggerti

Autore articolo originale:👨‍⚕️ Alberto Aimo

Informazioni rapide
Contenuti derivati da testi redatti da Medici specialisti in ambito cardiovascolare, adattati usando un linguaggio semplice per aiutarti a capire meglio la tua salute
Categoria: 907 Sezione: 7

Abstract

Se hai avuto un infarto o un intervento alle coronarie e stai assumendo due farmaci antiaggreganti insieme, questo articolo fa per te. Ti spieghiamo i risultati di un importante studio scientifico che ha valutato se prolungare questa terapia possa ridurre il rischio di nuovi eventi cardiaci. Capire cosa dice la ricerca ti aiuterà a fare le domande giuste al tuo medico e a sentirti più consapevole delle scelte terapeutiche che ti riguardano.

Cos'è la coronaropatia multivasale e perché il rischio non finisce con l'intervento

La coronaropatia multivasale (una malattia che colpisce due o più arterie del cuore, restringendole o ostruendole) è una condizione seria. Quando le arterie coronarie si restringono, il cuore riceve meno sangue e ossigeno.

Spesso, per risolvere il problema, si esegue un intervento coronarico percutaneo (una procedura mini-invasiva, detta anche angioplastica, in cui si apre l'arteria ostruita e si inserisce uno stent, cioè un piccolo tubicino metallico che tiene aperta l'arteria).

Tuttavia, anche dopo un intervento riuscito, il rischio non scompare del tutto. Nuovi infarti o ictus possono originarsi da tratti di arteria non trattati, cioè da zone del cuore che non sono state raggiunte dallo stent. Ecco perché la terapia farmacologica dopo l'intervento è fondamentale.

💡 Cos'è la duplice terapia antiaggregante (DAPT)?

Dopo l'impianto di uno stent, il medico prescrive quasi sempre due farmaci che impediscono alle piastrine (le cellule del sangue che favoriscono la coagulazione) di aggregarsi e formare coaguli pericolosi all'interno dello stent.

  • Aspirina: il farmaco antiaggregante più conosciuto, assunto a basso dosaggio.
  • Clopidogrel: un secondo antiaggregante che agisce su un meccanismo diverso dall'aspirina, potenziandone l'effetto.

Insieme, questi due farmaci formano la DAPT (dall'inglese Dual AntiPlatelet Therapy, cioè duplice terapia antiaggregante). Di solito viene prescritta per 12 mesi dopo l'intervento. Lo studio DAPT-MVD ha valutato cosa succede se si prolunga fino a 24 mesi.

Lo studio DAPT-MVD: cosa hanno fatto i ricercatori

Il trial DAPT-MVD (uno studio clinico randomizzato, cioè in cui i pazienti vengono assegnati per sorteggio a gruppi diversi) ha coinvolto 8.250 pazienti in 97 centri in Cina.

Tutti i partecipanti avevano già completato 12 mesi di DAPT senza problemi: nessun infarto, nessun ictus, nessun sanguinamento importante durante quel periodo.

Le caratteristiche principali dei pazienti erano:

  • Età media: 61 anni
  • 30% erano donne
  • 28% aveva il diabete (una malattia che aumenta ulteriormente il rischio cardiovascolare)
  • Quasi tutti (98%) erano stati trattati inizialmente per una sindrome coronarica acuta (un termine che comprende l'infarto e le forme gravi di angina instabile, cioè dolore al petto improvviso e intenso)

I pazienti sono stati divisi in due gruppi:

  1. Un gruppo ha continuato a prendere aspirina + clopidogrel per un altro anno (DAPT prolungata a 24 mesi in totale).
  2. L'altro gruppo ha assunto solo aspirina.

I ricercatori li hanno poi seguiti per un periodo mediano di 34,3 mesi (circa tre anni).

I risultati: cosa ha dimostrato lo studio

Al termine del periodo di osservazione, i ricercatori hanno confrontato quanti pazienti nei due gruppi avevano subito uno di questi eventi gravi: morte per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale (un infarto da cui si è sopravvissuti) o ictus non fatale (un danno cerebrale da cui si è sopravvissuti).

Ecco cosa hanno trovato:

  • Nel gruppo con DAPT prolungata: eventi gravi nel 5,8% dei pazienti.
  • Nel gruppo con sola aspirina: eventi gravi nel 6,8% dei pazienti.

Questo corrisponde a una riduzione relativa del rischio del 18%. In pratica, prolungare la terapia ha protetto un numero significativo di pazienti da eventi potenzialmente fatali.

Il beneficio maggiore si è visto sulla riduzione degli infarti miocardici, calati del 32%. Interessante notare che la maggior parte di questi infarti nasceva da tratti di arteria non trattati con lo stent: un segnale che la terapia farmacologica aiuta a proteggere l'intero sistema coronarico, non solo il punto dove è stato inserito lo stent.

💡 E il rischio di sanguinamento?

Una delle preoccupazioni principali quando si assumono farmaci antiaggreganti per lungo tempo è il rischio di sanguinamenti (emorragie interne o esterne, ad esempio a livello gastrico o cerebrale).

Nello studio DAPT-MVD, i sanguinamenti clinicamente rilevanti o gravi sono stati simili nei due gruppi:

  • 1,4% nel gruppo con DAPT prolungata
  • 1,5% nel gruppo con sola aspirina

Questo dato è rassicurante: nei pazienti selezionati correttamente, prolungare la terapia non ha aumentato in modo significativo il rischio di sanguinamento. Tuttavia, ricorda che questa valutazione deve essere fatta dal tuo medico caso per caso.

Chi può beneficiare di questa strategia? L'importanza della selezione

I risultati sono incoraggianti, ma i ricercatori sottolineano un punto fondamentale: non tutti i pazienti sono uguali.

I pazienti dello studio erano stati selezionati con criteri precisi:

  • Avevano già tollerato 12 mesi di DAPT senza complicanze.
  • Erano relativamente giovani (età media 61 anni).
  • Avevano un rischio ischemico elevato (cioè alta probabilità di avere un nuovo infarto o ictus) ma un rischio emorragico contenuto (cioè bassa probabilità di sanguinamenti gravi).

Inoltre, lo studio è stato condotto interamente in Cina: i risultati potrebbero non essere identici in popolazioni diverse.

Lo studio non ha confrontato questa strategia con altri farmaci antiaggreganti più potenti, come i cosiddetti inibitori del recettore P2Y12 (farmaci che bloccano un recettore specifico delle piastrine, come il ticagrelor o il prasugrel). Quindi non possiamo dire se la DAPT prolungata con clopidogrel sia la scelta migliore in assoluto rispetto ad altre opzioni.

La decisione di prolungare o meno la terapia spetta sempre al tuo cardiologo (il medico specialista del cuore), che valuterà il tuo profilo di rischio personale.

⚠️ Sintomi da non ignorare se sei in terapia antiaggregante

Se stai assumendo farmaci antiaggreganti, presta attenzione a questi segnali e contatta subito il tuo medico o il pronto soccorso se noti:

  • Feci scure o nerastre, o sangue nelle feci: possibile segnale di sanguinamento gastrico.
  • Vomito con sangue o con aspetto simile a fondi di caffè.
  • Lividi inspiegabili o sanguinamenti che non si fermano facilmente.
  • Forte mal di testa improvviso, difficoltà a parlare, debolezza a un lato del corpo: possibili segnali di ictus.
  • Dolore al petto, senso di oppressione o difficoltà a respirare: possibili segnali di un nuovo evento cardiaco.

Non interrompere mai la terapia antiaggregante da solo, senza prima parlarne con il tuo medico: farlo improvvisamente può aumentare il rischio di infarto.

Se hai una coronaropatia multivasale e stai seguendo una terapia antiaggregante, ecco alcune domande che puoi portare alla tua prossima visita:

  • «Qual è il mio rischio ischemico attuale? Ho ancora arterie non trattate che potrebbero causare problemi?»
  • «Qual è il mio rischio di sanguinamento? Ci sono fattori che aumentano questo rischio nel mio caso?»
  • «Potrei beneficiare di una terapia antiaggregante prolungata? Per quanto tempo?»
  • «Devo fare controlli specifici mentre sono in terapia con due antiaggreganti?»
  • «Cosa devo fare se devo sottopormi a un intervento chirurgico o a una procedura dentistica?»

In sintesi

Lo studio DAPT-MVD ha dimostrato che, nei pazienti con coronaropatia multivasale selezionati con cura, prolungare la duplice terapia antiaggregante (aspirina + clopidogrel) da 12 a 24 mesi riduce il rischio di infarto e di altri eventi cardiovascolari gravi, senza aumentare significativamente il rischio di sanguinamento. Il beneficio è reale, ma questa strategia non è adatta a tutti: il tuo cardiologo valuterà il tuo profilo di rischio personale prima di prendere qualsiasi decisione. La cosa più importante è non modificare mai la terapia da solo e mantenere un dialogo aperto con il tuo medico.

Autore articolo originale: 👨‍⚕️ Alberto Aimo
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