Che cosa è successo nel tracciato
Il tracciato elettrocardiografico (ECG) è stato registrato in un paziente con fibrillazione atriale e una bassa risposta ventricolare. Il paziente ha un pacemaker di tipo VVI, che stimola il ventricolo del cuore.
I parametri impostati sul pacemaker sono:
- Intervallo minimo tra due stimoli (lower rate interval) = 850 millisecondi, cioè una frequenza di stimolazione di 70 impulsi al minuto;
- Periodo refrattario ventricolare (VRP) = 280 millisecondi, cioè un tempo in cui il pacemaker non risponde a nuovi segnali per evitare stimoli errati.
Nonostante la frequenza impostata sia di 70 impulsi al minuto, nel tracciato si osservano cicli di stimolazione più lunghi e variabili. Alcuni intervalli tra stimoli misurano 1200 millisecondi, corrispondenti a una frequenza più bassa di 50 impulsi al minuto. Solo in alcuni momenti la frequenza raggiunge temporaneamente i 70 impulsi al minuto.
Possibili cause del rallentamento della stimolazione
Il fatto che il pacemaker stimoli più lentamente del previsto può dipendere da due motivi principali:
- Difetto nel circuito di uscita, dovuto per esempio a batteria quasi scarica o guasto tecnico;
- Inibizione del sistema causata dal riconoscimento errato di segnali diversi dall’attivazione naturale del ventricolo, un fenomeno chiamato oversensing.
Per capire quale sia la causa, si esegue un test con magnete.
Il test con magnete e la diagnosi
Applicando un magnete sul generatore del pacemaker, si osserva che la frequenza di stimolazione passa a 90 impulsi al minuto, che è la frequenza standard di sicurezza impostata dal produttore.
Questo indica che la frequenza più bassa vista prima era dovuta a un oversensing intermittente, cioè il pacemaker riconosceva segnali sbagliati e si bloccava temporaneamente.
Identificazione del segnale responsabile
Per capire quale segnale causava questo errore, si misura all’indietro l’intervallo minimo programmato (850 millisecondi) partendo da uno stimolo tardivo. Così si individua sul tracciato la parte dell’onda cardiaca chiamata onda T, che rappresenta la fase di ripolarizzazione del ventricolo.
Questo suggerisce che il pacemaker stava riconoscendo erroneamente l’onda T come un segnale da cui dover bloccare la stimolazione.
Soluzione adottata
Modificando il periodo refrattario ventricolare da 280 a 350 millisecondi, cioè aumentando il tempo in cui il pacemaker ignora nuovi segnali, l’oversensing scompare.
Di conseguenza, la frequenza di stimolazione torna stabile a 70 impulsi al minuto, come programmato.
In conclusione
In questo caso, un pacemaker in un paziente con fibrillazione atriale mostrava una frequenza di stimolazione più bassa del previsto a causa di un fenomeno chiamato oversensing. Questo significa che il dispositivo riconosceva erroneamente segnali naturali del cuore, come l’onda T, e si bloccava temporaneamente.
Con un semplice test usando un magnete e una modifica dei parametri del pacemaker, è stato possibile eliminare questo problema e riportare la frequenza di stimolazione al valore corretto.