Che cos'è l'infarto miocardico periprocedurale
L'infarto miocardico periprocedurale è un danno al cuore che può avvenire durante o subito dopo un intervento per aprire le arterie coronarie, come l'impianto di uno stent. Lo stent è un piccolo tubicino che aiuta a mantenere aperta l'arteria.
Le diverse definizioni usate nello studio
Non esiste ancora una definizione univoca e condivisa di questo tipo di infarto. Lo studio ha confrontato due metodi:
- La definizione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che considera infarto quando l'enzima CPK totale è più di due volte il valore normale e il CK-MB è elevato.
- La definizione universale dell'Academic Research Consortium (ARC), che identifica l'infarto se il CK-MB o la troponina superano tre volte il valore normale.
Come è stato condotto lo studio
Lo studio ha coinvolto 3.687 pazienti con problemi alle arterie coronarie stabili, trattati con due tipi di stent medicati (everolimus o paclitaxel). I valori degli enzimi cardiaci (CPK, CK-MB, troponina) sono stati misurati prima e dopo l'intervento per identificare eventuali infarti.
I risultati principali
- Secondo la definizione OMS, l'infarto è stato diagnosticato in 58 pazienti (1,6%).
- Con la definizione ARC, sono stati 287 pazienti (7,8%).
- La frequenza di infarto varia molto a seconda del marcatore usato: con il solo CK-MB era del 5,4%, mentre con la troponina saliva al 18,7%.
- La lunghezza totale dello stent è risultata un fattore importante che aumenta il rischio di infarto periprocedurale.
- Nonostante questi infarti, non è stata trovata alcuna correlazione con un aumento della mortalità a due anni, anche quando gli enzimi erano più di dieci volte sopra il normale.
In conclusione
Le diverse definizioni e i diversi esami usati per identificare l'infarto miocardico dopo l'impianto di stent mostrano frequenze molto diverse di questo evento. Tuttavia, questo non sembra influenzare la sopravvivenza dei pazienti a due anni dall'intervento. Quindi, pur essendo importante riconoscere e monitorare questi infarti, la loro presenza non implica necessariamente un rischio maggiore di morte nel medio termine.