Che cosa deve sapere il cardiologo riguardo l’ipertensione nei pazienti oncologici?
Alcuni farmaci antitumorali, sia quelli tradizionali che le nuove terapie mirate, possono causare effetti negativi sul cuore e sui vasi sanguigni, chiamati cardiotossicità. Questi problemi stanno diventando sempre più comuni perché il numero di persone trattate per tumori è in crescita, soprattutto nei paesi industrializzati come l’Italia.
Le terapie mirate, in particolare quelle antiangiogeniche, bloccano la formazione di nuovi vasi sanguigni che aiutano la crescita del tumore. Questi farmaci hanno migliorato molto la sopravvivenza, ma possono causare effetti collaterali cardiovascolari come:
- ipertensione arteriosa (pressione alta);
- insufficienza cardiaca;
- problemi di funzionamento del ventricolo sinistro del cuore;
- trombosi e aritmie;
- cardiopatia ischemica e infarto.
Farmaci antiangiogenici e ipertensione
Gli inibitori del VEGF (fattore di crescita dell’endotelio vascolare) sono farmaci che bloccano la crescita dei vasi sanguigni nel tumore. Tra questi ci sono:
- Bevacizumab: usato per tumori del colon, polmone, mammella e rene. Può causare ipertensione in circa il 4-35% dei casi, spesso di grado moderato o severo.
- Sunitinib e Sorafenib: usati per tumori del rene e altri tipi. Possono provocare ipertensione in circa il 5-47% dei pazienti, con rischio anche di insufficienza cardiaca, soprattutto con il sunitinib.
- Vandetanib: usato per il carcinoma midollare della tiroide e altri tumori, con ipertensione in circa il 16-39% dei casi.
- Pazopanib: usato per tumori renali e sarcomi, con ipertensione in circa il 40% dei pazienti.
L’ipertensione arteriosa è quindi l’effetto collaterale cardiovascolare più comune di questi farmaci.
Importanza dell’ipertensione come segnale di risposta
Alcuni studi hanno osservato che la comparsa di ipertensione durante la terapia con questi farmaci può indicare una buona risposta al trattamento e una migliore sopravvivenza. Questo suggerisce che l’ipertensione potrebbe essere un segnale che il farmaco sta funzionando.
Come riconoscere e gestire l’ipertensione nei pazienti oncologici
È importante valutare:
- quanto spesso si sviluppa ipertensione con questi farmaci;
- quali sono i fattori che aumentano il rischio di problemi cardiaci durante la terapia;
- come gestire al meglio l’ipertensione in questi pazienti.
In alcuni casi, l’ipertensione può comparire in quasi la metà dei pazienti dopo pochi cicli di terapia. I fattori di rischio classici per malattie cardiache, come la pressione alta già presente prima della terapia, aumentano la probabilità di complicazioni.
È quindi fondamentale trattare con attenzione i fattori di rischio cardiovascolare prima e durante la terapia oncologica. In particolare, è importante monitorare la pressione arteriosa e la funzione del cuore, anche con esami specifici, per intervenire tempestivamente.
Trattamento dell’ipertensione nei pazienti in terapia antiangiogenica
Per controllare la pressione alta si possono usare diversi farmaci:
- ACE-inibitori e sartani: utili anche per proteggere il cuore e i reni;
- β-bloccanti: in particolare carvedilolo e nebivololo, che aiutano anche a migliorare la funzione dei vasi sanguigni;
- Calcio-antagonisti diidropiridinici: sicuri da usare in questi pazienti;
Al contrario, è meglio evitare alcuni calcio-antagonisti (diltiazem e verapamil) e i diuretici, che possono avere effetti indesiderati in pazienti oncologici.
La collaborazione tra cardiologo e oncologo è fondamentale per:
- identificare e trattare precocemente i fattori di rischio;
- gestire l’ipertensione prima di iniziare la terapia;
- monitorare attentamente la funzione cardiaca durante il trattamento.
In conclusione
L’ipertensione arteriosa è un effetto frequente e importante delle terapie antiangiogeniche usate nei pazienti con tumore. Riconoscerla e gestirla tempestivamente è essenziale per proteggere la salute del cuore e migliorare la qualità della vita. Un lavoro di squadra tra cardiologi e oncologi permette di personalizzare le cure, riducendo i rischi cardiovascolari senza compromettere l’efficacia della terapia antitumorale.