Che cosa è stato studiato
Lo studio ha coinvolto 528 persone con ipertensione resistente. La frequenza cardiaca a riposo è stata misurata in diversi modi, tra cui l’esame clinico, l’elettrocardiogramma (ECG) e un monitoraggio continuo chiamato MAP (Monitoraggio Ambulatoriale della Pressione).
I partecipanti sono stati divisi in tre gruppi in base alla loro frequenza cardiaca:
- Frequenza bassa: meno di 60 battiti al minuto (bpm) durante il giorno o meno di 55 bpm di notte;
- Frequenza intermedia: tra 60 e 75 bpm;
- Frequenza alta: più di 75 bpm durante il giorno o più di 70 bpm di notte.
Cosa è stato osservato
Dopo circa 5 anni di osservazione, sia le frequenze cardiache basse sia quelle alte sono risultate associate a un aumento del rischio di morte. Questo rischio era particolarmente evidente quando la frequenza cardiaca veniva misurata con il monitoraggio MAP.
Inoltre, l’effetto della frequenza cardiaca sul rischio di mortalità dipendeva dall’uso dei beta bloccanti:
- Nei pazienti che assumevano beta bloccanti, una frequenza cardiaca alta era un segnale di rischio maggiore.
- Nei pazienti che non assumevano beta bloccanti, una frequenza cardiaca bassa era invece un segnale di rischio più importante.
Come interpretare questi risultati
La relazione tra frequenza cardiaca e rischio di mortalità in chi ha ipertensione resistente sembra avere una forma a "U". Questo significa che sia una frequenza troppo bassa sia una troppo alta possono essere pericolose, ma in modi diversi a seconda del trattamento con beta bloccanti.
In conclusione
La frequenza cardiaca a riposo è un indicatore importante per valutare il rischio di salute nelle persone con ipertensione resistente. La sua interpretazione cambia a seconda che si usino o meno i beta bloccanti. Entrambi i valori estremi, troppo bassi o troppo alti, possono indicare un rischio maggiore di mortalità.